Rolando Larcher, arrampicatore ed alpinista del team Petzl, racconta la sua ultima avventura in Pakistan. Con l'occasione vi ricordiamo che venerdì 18 dicembre, al Boves Climbing Village (CN), sarà ospite e mattatore della serata a lui dedicata. Per maggiori informazioni visita i siti web www.postodiblocco.com e www.bshopzone.com
«Il collaudato team dei "40 Ruggenti" è in partenza per una nuova meta. Rolando Larcher, Elio Orlandi, Fabio Leoni e Michele Cagol, dopo le riuscite avventure in Patagonia, hanno il desiderio di conoscere il Karakorum e le sue bigwall, provando l'esperienza della quota. La nostra destinazione è la Charakusa Valley ed il granito di uno dei pilastri che compongono il K7. A bordo di due vecchissime Toyota, partiamo da Skardu il capoluogo del Baltistan per raggiungere il villaggio di Hushe, ultimo centro abitato situato a 3050m di quota. Abbiamo portato da casa una sacca piena di quaderni e matite da donare ai bambini del villaggio. Dalle informazioni ricevute avevamo preparato materiale per 300 bambini, ma quando si è sparsa la voce della distribuzione, siamo stati letteralmente sopraffatti da circa 500 tra bambini e bambine. Pertanto per distribuire più equamente possibile, abbiamo svuotato le scorte del modesto emporio locale. Un esperienza bellissima e commovente, che ci ha segnato profondamente. Il mattino successivo iniziamo il trekking per raggiungere il campo base, assieme a noi i padri dei bambini del giorno prima, i portatori.
Dopo tre giorni arriviamo a destinazione, siamo solo a 4200m, ma la quota si fa già sentire.
Iniziamo ad acclimatarci, scoprendo quanto ci circonda, alla ricerca della nostra parete. Su indicazioni dell'amico Nico Favresse, andiamo a vedere la Nafeess Cap, splendido torrione alle pendici del K7, con dei fantastici sistemi di fessure. Risaliamo il ghiacciaio fin sotto all'attacco, qui purtroppo ci accorgiamo d'essere sotto il tiro incrociato di 4 seracchi. La temperatura è alta, anche la notte le scariche sono continue e per raggiungere l'attacco siamo sempre esposti, senza alcun riparo. Ci guardiamo negli occhi, la linea è super, ma raggiungerla facendo le spole con tutto il materiale, sarebbe una roulette russa, pertanto amareggiati decidiamo di cambiare obiettivo. Una valida alternativa la troviamo sul pilastro ovest del K7, non ha una cima così precisa, ma il granito e le fessure ci sono, con rischi oggettivi sono molto minori.
Iniziamo le spole lungo il faticoso canale nevoso che porta all'attacco, provando ad aprire le prime lunghezze. Tutto il materiale è a monte, ora è il momento di rimanere in parete ad oltranza in stile capsula, finché raggiungiamo la cima o finiscono i viveri. Partiamo decisi e dopo una giornata pesante di apertura, a 5000m montiamo le portaledge. L'ora è tarda, mangiamo qualcosa e poi ci infiliamo nei sacchi. Appena mi distendo comincio ad avere problemi di respirazione, stando seduto va un po’ meglio ma non dormo per tutta la notte. Al mattino, come da accordi presi si scende a valle, se uno di noi sta male, scendiamo tutti. Mi riprendo in fretta al campo base, ma la notte successiva Michele ha i miei stessi problemi. Anche lui recupera velocemente, aspettiamo ancora un giorno e ripartiamo, non senza sentimenti d'insicurezza.
Questa è l'esperienza della quota che cercavamo, problemi che si manifestano improvvisamente senza preavviso, a confronto l'imprevedibilità meteo patagonica non era poi così male...
Ritorniamo al punto massimo raggiunto e mentre Michele ed Elio smontano il vecchio campo, io e Fabio riprendiamo la scalata. Dopo tre tiri, a 5200m, troviamo il posto ideale dove montare il nostro nuovo campo. Una cengia lunga e ampia con un tratto di ringhiera naturale, sulla sinistra con il sole l’acqua, alla destra scorta di neve da sciogliere, il tutto riparato dalle scariche di ghiaccio, grazie allo strapiombo sovrastante, diventerà il Charakusa Hotel. Il mattino dopo riprendiamo la scalata, il tempo è buono e ci divertiamo ad aprire altri 4 impegnativi tiri su di un granito piacevole. Sin qui siamo arrivati scalando sempre in libera, speriamo di riuscire a proseguire sino in cima con questo stile. Fissiamo le statiche e giù all’Hotel per la cena. La notte ci ristora e siamo pronti per il terzo giorno consecutivo di scalata. La nostra parete è esposta ad ovest ed al mattino è freddo, il sole, nuvole permettendo arriva solo verso le 13.00, pertanto la risalita delle fisse con i jumar ci aiuta a scaldare il motore. Questa mattina apre le danze Fabio, il freddo è pungente e la partenza del tiro non solo strapiomba ma ha anche le fessure cieche. Tenta in libera ma è improponibile e per un breve tratto deve aiutarsi in artificiale, poi le cose migliorano e con un faticoso offwide riesce a salire ed arrivare ad una comoda sosta. Il tiro successivo spetta a me, sono fortunato, uno splendido diedro mi aspetta. Parto deciso, prima nella fessura di sinistra e poi con un delicato traverso in quella del diedro. La prendo in Dulfer e comincio a salire sbuffando. Ad un tratto passa una nuvola più cattiva delle altre e comincia a nevicare, tanto da non vedere nemmeno il compagno in sosta. Il tiro è fantastico e sin qui sono in libera, imprecando tengo duro, non sarà certamente la neve a rovinarmi questa onsight. Smette di fioccare, ma il freddo rimane, continuo in contrapposizione, anche se i piedi non li sento più. Finalmente dopo 70 metri di battaglia, raggiungo il primo esile scalino e faccio sosta. Sono sfinito ma contento e soddisfatto, ho resistito risolvendo nel modo migliore questa super lunghezza, potrebbe essere 7a+, un grado modesto, ma non a 5500m, a vista ed al terzo giorno d’apertura. Scendiamo stanchi ed infreddoliti, accettando di buon grado la neve del mattino successivo, avevamo bisogno di un giorno di riposo per rigenerarci. Il mattino dopo nevica ancora ed iniziamo a preoccuparci, dopo l’acclimatazione, tempo a disposizione non ne è rimasto granché. Al terzo giorno il sole ricompare e ripartiamo, se siamo fortunati in due giorni ancora arriviamo in cima. Parto per primo sulle fisse, ma non è cosa facile, tutto è ricoperto di verglas, comprese le corde. Pulendo e scivolando arrivo al punto massimo raggiunto, ripartendo in apertura. Siamo arrivati allo scudo finale, solcato da una fantastica fessura strapiombante, è dal campo base che la sogno ed oggi ci metterò mano. Per arrivarci scalo un difficile traverso verso destra, ma quando la raggiungo rimango profondamente deluso, la fessura è quasi cieca, la roccia di pessima qualità e mi trovo obbligato a ricorrere all’artificiale. Arrampico fin quasi a notte e senza concludere il tiro scendiamo al campo. Sono deluso per il finale, speravo in una linea totalmente in libera ma talvolta bisogna scendere a compromessi e ci consoliamo pensando che forse domani arriviamo in cima.
Il mattino successivo ripartiamo di gran lena, sarà l’ultima risalita a jumar? Al freddo del mattino concludo la lunghezza iniziata e poi con altre due raggiungiamo la forcella. Qui a circa 5700m, vedendo il versante opposto precipitare per oltre 200m capiamo che questa è la nostra vetta e ci abbracciamo commossi.
Siamo felici, questa per i “40 Ruggenti” è la terza vetta consecutiva, in tre anni abbiamo effettuato tre spedizioni, portando a casa altrettante vie nuove.
Risultati che ci gratificano, raggiunti grazie ad una indubbia buona sorte, aiutata però da tanta preparazione, passione ma sopratutto amicizia e affiatamento.
Per il nome della via, abbiamo voluto ricordare la toccante giornata vissuta con i bambini di Hushe, che tanto ha segnato i nostri cuori. Inoltre abbiamo deciso di dedicare questa salita al grande Riccardo Cassin, scomparso nelle giornate in cui eravamo in parete.»
(Rolando Larcher, accademico del CAI)






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