La notizia è ancora fresca di cronaca. A cavallo tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio di quest'anno, Rolando Larcher, accademico del Cai e sottufficiale della Polizia di Stato, Maurizio Oviglia, anche lui accademico del Cai, e Luca Giupponi, del Centro Addestramento Alpino di Moena della Polizia di Stato, hanno aperto, e subito dopo "liberato", Escalador salvatico, una nuova e bellissima via sull'Akopan Tepui in Venezuela.

©  Oviglia

La salita si è svolta nel pieno della foresta amazzonica, su una grande parete che nel recente passato ha visto impegnati scalatori di indiscutibile valore, come Stefan Glowacz, Kurt Albert, Helmuth Gargitter, Nico Favresse e altri.
Escalador selvatico (svil: 630 m; diff.: 7c+ e 7a+ obbl.), che è stata portata a termine in sette giorni di scalata, sale tra Gravity Inversion (Joel Unema, Eric Deschamps, Luis Cisneros e Blake McCord, 2014) e Pizza, Chocolate y Cerveza (John e Anne Arran, e Alfredo Rangél, 2003). Il nuovo itinerario di salita si dipana per 18 tiri di corda che regalano un'arrampicata entusiasmante (con l'eccezione di un paio di lunghezze, che hanno richiesto l'impiego di un particolare "jungle style"). Infine va ancora ricordato che la linea di salita strapiomba di 50 metri rispetto alla verticale.
 

L'avvicinamento

Il viaggio di avvicinamento all'Akopan Tepui ha avuto il sapore di un'avventura d'altri tempi. Uno spostamento massacrante che è cominciato nella bolgia di Caracas, è proseguito per 1600 chilometri lungo una delle strade più pericolose del mondo (ma per fortuna alla guida della vettura c'era il mitico climber venezuelano Ivan Calderón, uno dei pionieri della parete), e ha fatto tappa al minuscolo aeroporto di Santa Elena, al confine col Brasile. Di là, con il piccolo Cessna guidato da Raulito (che a dispetto del diminutivo non è un ragazzino né, tantomeno, un mingherlino), i tre climber sono arrivati con i loro 300 chili di bagagli al villaggio indigeno di Yuneko.

© OvigliaStabilito il contatto con Leonardo, il capo della minuscola comunità, con gli altri indios Pemón, Larcher, Oviglia e Giupponi hanno organizzato il lavoro di trasporto dei materiali alla base della parete. Niente portaledge, stavolta, ma 350 metri di corde statiche,trapano e spit (la via non sarebbe stata aperta in stile trad…), il generatore e tutto l'occorrente per vivere in completa autonomia e isolamento per venti giorni. Il compito del trasporto è stato assolto con il contributo di tutto il villaggio: uomini, donne, e persino bambini.
Dopo aver allestito il campo, è cominciata la ricognizione. Ad aiutare gli scalatori si era fermato con loro un indio, Julio, che per tre giorni, lavorando di machete nel caldo umido tropicale, ha permesso al gruppetto di farsi un'idea delle pareti del tepui.
 

Inizia la salita

© OvigliaDopo tanto girovagare, l'attenzione dei climber è stata attirata da grande parete strapiombante su cui - col binocolo - si notava una fettuccia rossa (indizio di una probabile via aperta di recente da un team americano). I tre scalatori italiani hanno attaccato a sinistra, cercando di prendere di petto gli strapiombi.
Nei giorni successivi, le cose sono andate bene: parete decisamente strapiombante, roccia salda e bella, ottimo affiatamento. Dopo otto lunghezze, fissata la gran parte delle corde a disposizione, si sono profilati i primi intoppi. Dapprima una serie di muri verticali molto lisci, su cui Rolly è stato costretto ad esibirsi in numeri da circo. Poi, alla fine del quarto giorno di apertura, quando Oviglia era in testa alla cordata, si è scatenato un tremendo acquazzone. In breve, sulla parete ha cominciato a scorrere un'immensa cascata. E più tardi, la calata sulle fisse e il rientro al campo si sono trasformati in un'esperienza allucinante, simile a quella che può capitare nel bel mezzo di un'alluvione.
Un giorno di recupero, la constatazione che il satellitare era fuori uso e che Julio era andato via, e infine un'approfondita riflessione sulla situazione. Rimasti del tutto soli e tagliati fuori dal resto del mondo, gli scalatori hanno deciso di cambiare tattica.
A qualcuno sembrava che sulla cengia sopra il punto massimo raggiunto in precedenza, ci fosse un minuscolo terrazzino per bivaccare. Dopo la dovuta verifica, avrebbero portato lassù tutto il materiale e sarebbero rimasti in parete fino al termine della via.
Tre giorni di lavoro durissimo, con attese interminabili. A un certo punto, Rolly ha scovato una magica sequenza di prese e al sedicesimo tiro ha finalmente cominciato a bucare gli strapiombi. Ed era alle prese con una lunghezza di 7c+ e lunghi run out su friend… Il tutto inframmezzato con i bivacchi sul minuscolo terrazzino, gli occhi puntati verso le stelle e il rumore improvviso dei colibrì.
© OvigliaL'ultimo tiro jungle che conduceva in cima è toccato a Luca. E non è stata un'esperienza divertente. Alle 14, comunque, i tre amici sono sbucati sulla vetta del tepui. E hanno parlato di quel luogo come di «un mondo nel mondo, impossibile da raccontare».
Due giorni più tardi, in 14 ore di parete, Larcher e Giupponi hanno portato a termine la rotpunkt della via, terminando gli ultimi tiri alla luce delle frontali. Alle prese con brutta contusione in cui era incappato durante le doppie di due giorni prima e imbottito di antidolorifici, appeso alle jumar Oviglia si è dovuto accontentare di rimanere dietro alla camera da presa. Anche se per la verità è riuscito lo stesso a percorrere almeno una decina di tiri e anche qualcuno dei numerosi 7b in libera, prima di iniziare una terrificante discesa a corde doppie («e che doppie…!») nel buio.
Com'è finita la vicenda? Per capirlo è sufficiente il commento di Maurizio Oviglia che, di ritorno al campo, ha sentenziato: «E pensare che "Hotel Supramonte" mi era sembrato, strapiombante…».
 

Per maggiori informazioni

Chi volesse conoscere più da vicino la vicenda dell'Akopan Tepui non deve perdere Dal sud al sud del mondo, la serata con Rolando Larcher che si terrà alle 21 dell'11 aprile prossimo al teatro Metropolis (via Gramsci 4) di Bibbiano (Reggio Emilia).

© Oviglia